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PROFILO BIOGRAFICO
a cura di Tomaso Lanteri Minet

Mario Labò nasce a Genova il 17 settembre 1884 da Carlo e Angela Dagnino. Il 16 giugno 1910 si laurea in architettura conseguendo congiuntamente l’abilitazione professionale dopo aver sostenuto l’esame di laurea presso il Regio Politecnico di Torino. Prima di iniziare a frequentare il corso di Architettura al Politecnico, si iscrive nel 1903 alla Regia Università di Genova diplomandosi il 22 novembre 1905 in Scienze Fisiche e Matematiche.
Il 18 novembre dello stesso anno presenta domanda di ammissione alla Regia Scuola di Applicazione per gli Ingegneri con sede presso il Castello del Valentino a Torino, nel corso di Ingegneria Civile. Nel primo anno di corso di studio Labò frequenta insegnamenti di natura tecnica e scientifica. Nel 1907 si iscrive al quarto anno della Scuola di Architettura del neonato Regio Politecnico. Qui, Labò decide di affiancare agli insegnamenti tecnici, materie umanistiche seguendo, ad esempio, il Corso d’ornato presso l’Accademia Albertina di Belle Arti. Un interesse verso le discipline storico-artistiche era già evidente in Labò durante gli anni di formazione a Genova; infatti, risulta essere allievo della Scuola Superiore di Architettura dell’Accademia Ligustica di Belle Arti.

In ambito storico artistico il primo testo dal titolo San Giovanni d’Adorno viene pubblicato 1904. Negli stessi anni inizia una collaborazione con il giornale “Il Secolo XIX” diretto da Luigi A. Vassallo, con “Il Cittadino” e con “Il Corriere Mercantile” dove pubblica articoli di archeologia, arte, letteratura e musica. Nel 1907 recensisce La pittura del Trecento, quinto volume della Storia dell’arte Italiana di Adolfo Venturi edito da Hoepli.

“Chi ha conosciuto sul termine dell’adolescenza i primi stupendi volumi di questa storia poderosa, ed ha fatto gradatamente avanzare con essi i propri studi, sa come in quella lettura la coscienza si affini e divenga più salda, come s’impari a non scindere mai la ricerca tecnica dall’esame estetico, come infine s’impari a vedere, a vedere un’opera d’arte in tutte le sue bellezze palesi ed occulte. (M. Labò, Arte morale, in “Il Secolo XIX”, 2 dicembre 1904, p. 2)”

Negli anni immediatamente successivi alla laurea, in una Torino ove a seguito dell’Esposizione internazionale del 1902 erano sorti dibattiti sul rinnovamento dell’architettura e dell’arte decorativa italiana, collabora con lo studio professionale di Annibale Rigotti, dove apprende il gusto per l’arte secessionista viennese studiando l’opera di Behrens, Wagner, Olbrich, Crane e Baillie-Scott. “La semplicità e l’onestà, priva di effetti teatrali, lontana da freddi accademismi o da frivolezze vanitose” (M. Labò, La palazzina Falcioni a Domodossola, in “L’Arte Decorativa Moderna”, n. 4, 1907-08, p. 103) è ciò che Labò apprezza maggiormente degli insegnamenti di Rigotti e che poi metterà in pratica nei progetti dei sui primi edifici residenziali costruiti nella città di Genova tra il 1911 e il 1920.

Durante gli anni di formazione a Torino, Labò prima scrive articoli per il periodico “L’arte Decorativa Moderna. Rivista di Architettura e di Decorazione della casa e della via” e poi ne diviene redattore (dal 1905) insieme a Enrico Thovez. Probabilmente è il dibattito che si sviluppa internamente alla rivista a essere determinante per instaurare alcune collaborazioni professionali con lo scultore Leonardo Bistolfi, all’epoca direttore del mensile insieme a Davide Calandra, Giorgio Ceragioli, Giovanni A. Reycend e Enrico Thovez. I progetti cofirmati con lo scultore sono la Tomba Toscanini (Cimitero Monumentale, Milano, 1911) e il Monumento commemorativo a G. Carducci (Bologna, 1913-1928).

Dal gennaio del 1909 Mario Labò in qualità di redattore capo partecipa al progetto della rivista “Per l’Arte. Rivista mensile d’arte decorativa moderna” diretta da Alfredo Melani e dal pittore Giovanni Battista Gianotti. Come si legge nel primo editoriale, l’obbiettivo della rivista è quello di fornire un contributo pratico a tutte le arti affiancando a testi critici esempi utili per i professionisti. Negli scritti dell’architetto genovese molti sono le citazioni all’estetica di John Ruskin con riferimenti alla funzione sociale dell’arte e all’amore per l’architettura medioevale, ma anche all’esaltazione della Natura.
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Negli anni dopo la laurea, Labò collabora col quotidiano “Il Lavoro” (1910-1914) occupandosi di tematiche storico-artistiche e delle istanze dell’architettura moderna. Attraverso l’impegno nella testata giornalistica, l’architetto genovese matura un impegno politico in ambito locale. Il suo nome compare nella lista dei Consiglieri Comunali de “Il Lavoro” per le elezioni del 1914 in sostegno alla candidatura a Sindaco di Emilio Massone. Tuttavia, è nelle elezioni amministrative svoltesi nel novembre del 1920 che Labò viene nominato Consigliere Comunale nelle liste del Partito Socialista sostenendo la candidatura del Sindaco Federico Ricci (1920-1924). Nel 1922 diviene assessore alla Belle Arti e alla Storia del Comune di Genova. Egli, oltre a promuovere un intenso programma culturale, porta avanti alcuni interventi di restauro sulla chiesa di S. Agostino, sui chiostri di S. Lorenzo, di S. Andrea e sulla casa di Colombo; inoltre, stanzia fondi per l’acquisizione di opere d’arte e il riordino di archivi, civiche biblioteche e collezioni comunali. Nel 1924 è presidente della commissione giudicatrice del concorso per il Monumento ai Caduti da erigersi in Piazza di Francia (poi Piazza della Vittoria) e viene nominato membro della Commissione di Concorso per la copertura della Spianata del Bisagno (1923).

Negli stessi anni, Labò partecipa alla redazione della rivista “L’Eroica” diretta da Ettore Cozzani e coordinata da Franco Oliva. Di un certo rilievo sono i suoi saggi introduttivi a la Vita di Perino del Vaga redatti in occasione della ripubblicazione de (?) Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architettori scritte da Giorgio Vasari e la recensione del settimo volume de La storia dell’arte Italiana dedicato alla Pittura Italiana del Quattrocento.
I suoi studi sulla storia architettonica e urbana della città di Genova vengono pubblicati per la prima volta nella guida edita sotto il patronato della Dante Alighieri e del Touring Club Italiano intitolata I Palazzi di Genova (1914), poi rieditata e rivista dall’architetto genovese nel 1926.

Particolarmente attiva è la sua partecipazione all’interno delle Mostre internazionali della arti decorative di Monza e nelle Triennali di Milano. Il suo impegno fin dal 1923 è rivolto alla curatela di mostre, al disegno di mobili, ma anche nella critica con la scrittura di saggi e articoli dedicati. Nelle prime tre edizioni cura le sale liguri e la mostra monografica del suo maestro Annibale Rigotti. La partecipazione alle Biennali e alle Triennali è una delle maggiori occasioni per l’architetto genovese per prendere parte al dibattito culturale nazionale e internazionale. In occasione della IV Triennale del 1930 presenta alcuni oggetti della D.I.A.N.A. (Decorazioni Industrie Artistiche Nuovi Arredamenti), società da lui fondata per la promozione e il rinnovamento delle arti applicate nel 1928. Dunque, è attraverso l’opera della D.I.A.N.A. e dell’I.L.C.A. che Labò cerca di promuovere una produzione industriale in Liguria mettendo a sistema le realtà artigianali presenti nel territorio capaci di produrre oggetti d’arte. Una serie speciale di mobili della DIANA progettati da Labò, Rodocanachi e dai fratelli Saccorotti sarà prodotta con la dicitura LA.RO.SA.

L’edizione della Biennale del 1927 è per Labò l’occasione per presentare il progetto della Bottega delle Due Riviere, di un Oratorio e di una Sala di consiglio di una società sportiva, ma anche per stringere rapporti con Carlo Carrà, Margherita Grassini Sarfatti, Gio Ponti, Guido Ravasi e Mario Sironi, componenti del Consiglio Artistico della III Biennale di Monza. Inoltre, all’interno della sezione ligure espone alcuni lavori di giovani intellettuali tra cui compaiono i nomi della cognata Lucia Morpurgo, Paolo Rodocanachi, Arturo Martini e Oscar e Fausto Saccorotti.

Alcuni progetti di architetture temporanee e stabilimenti balneari segnano negli anni Venti un progressivo avvicinamento di Labò ad un linguaggio compositivo razionalista che lo porta ad aderire al M:I:A:R (Movimento Italiano per l’Architettura Razionale) nel 1931 all’interno del “gruppo interregionale”. Sempre nel 1931 partecipa alla II Esposizione Italiana di Architettura Razionale, esponendo alcuni arredi nella Galleria Bardi. Tra le opere più interessanti progettate dall’architetto genovese sia prima, sia durante il secondo conflitto mondiale, troviamo: Villa Trucco ad Albisola (1928), Caffè del Teatro Carlo Felice a Genova (1929), il Riammodernamento del Teatro Politeama genovese (1932), Villa Rosselli “Lo scoglio” ad Albisola (1932), alcune architetture temporanee progettate all’interno del villaggio balneare a Genova (1933), la Chiesa-convento delle Suore Crocifisse a Genova (1935), il Ristorante S. Pietro a Genova (1935-1937), alcuni stabilimenti balneari a Genova e il Cinema Italia a Novi Ligure (1939-1940).

Labò e la moglie Enrica (sposata il 13 luglio del 1918), anche grazie ad una significativa opera di traduzione, hanno avuto un ruolo chiave nella diffusione all’interno del panorama culturale italiano di alcuni testi base della disciplina architettonica. Tra questi troviamo Spazio tempo ed architettura di Sigfried Giedion (Milano, 1954), La cultura della città di Lewis Mumford (Milano, 1954), Storia dell’architettura europea di Nikolaus Pevsner (Bari, 1959) e Arte e Tecnica di Lewis Mumford (Milano, 1961). Inoltre, l’architetto genovese è autore di alcuni testi a carattere monografico e manualistico. Tra questi ricordiamo: Architettura e arredamento del negozio (Milano, 1936), Alberghi di tutto il mondo (Milano, 1940), Colonie marine, montane e elioterapiche (Milano, 1941; poi pubblicato in Casabella), Giuseppe Terragni (Milano, 1947), Gio Ponti: il disegno industriale (1958). Inoltre, dopo la morte del figlio, partigiano attivo a Roma nei GAP fucilato a Forte Bravetta il 7 marzo 1944, curerà la monografia scritta da Giorgio Labò su Alvar Aalto, (G. Labò, Alvar Aalto, a cura di M. Labò, Il Balcone, Milano, 1948).

Nel 1946 assume la direzione, con Giulia Veronesi, della collana “Testi di architettura” per conto della casa editrice “Poligono” di Milano. Il progetto editoriale prevedeva la traduzione di alcuni dei più rilevanti testi teorici scritti da architetti appartenenti al movimento moderno.
Dal 1945 al 1954 assume l’incarico di presidente dell’Accademia ligustica di belle arti di Genova.
Costanti sono i suoi contributi sulle riviste “Comunità”, “Metron” e “Urbanistica”, così come la partecipazione ai convegni dell’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU).

Nel secondo dopoguerra, la ricerca professionale si focalizza maggiormente sulla struttura urbana della città affrontando il problema della ricostruzione del centro antico della città di Genova e sui nuovi interventi di edilizia economico popolare. Tra i principali progetti architettonici e urbani realizzati dopo il 1945 troviamo il Progetto del Museo Orientale E. Chiossone a Genova (1948-1961 poi ultimato nel 1972), il Piano di Ricostruzione di Genova Centro e Sampierdarena (1945-1951), il Progetto di ricostruzione del Teatro Carlo Felice a Genova (1949-1950) e il Progetto del CEP di Genova Prà (1960-1961).

Mario Labò muore a Genova il 13 febbraio del 1961.
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Bibliografia essenziale di riferimento
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